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ATTIVITA' |
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VIII Settimana della lingua italiana nel mondo |
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La Piazza San Paolo in Albano
Testo inedito di Aldo Onorati – Poeta e scrittore
Al colmo del Tridente, cioè al vertice delle tre vie in salita che convergono nella piazza San Paolo, chiusa in alto dalla svettante chiesa omonima, cinta da una balaustra in pietra albana,
cioè il grigio peperino, c’è uno slargo selciato cinto da nove grandi platani. E’ la piazza del borgo seicentesco della città di Albano, distante venti chilometri da Roma, avamposto imperiale
antico in cui Settimio Severo costruì il castrum che ospitava 15.000 pretoriani pronti a piombare sull’ Urbe in caso di disordini e rivolte.
Ora il vasto slargo trapezoidale è mutato. Pieno di macchine in sosta, le quali hanno sfondato i limiti posti dal Municipio per dare ancora, almeno parzialmente, l’idea dell’agorà ove il
popolo si incontrava per parlare (e i bambini, in numerose frotte, giocavano da mane a sera accompagnando il grido gioioso delle rondini), piazza San Paolo, d’un’antica bellezza di teatro greco,
non ha neppure un metro quadrato disponibile per l’essere umano. E’ un parcheggio di ferraglie brutte, che mal si combinano con la geometria affascinante dei muri, degli alberi generosi, della
chiesa immessa nel cielo come un vertice ideale di cammino verso gli spazi azzurri dell’eternità.
Viene, così, spontaneo il ricordo degli anni di poco successivi alla guerra, quando, bambini irrequieti e liberi, passavamo le stagioni in quel paradiso fresco d’estate, teporoso d’inverno:
il sole inondava per l’intero giorno quel grande respiro di mura ciclopiche antiche sposate alle costruzioni barocche (avevano il colore grigio scuro dei sampietrini e l’arancione delle
facciate rese ancor più belle dalle unghiate del tempo).
In quel crogiolo di vie terminali, si incontravano le donne che stendevano le lenzuola bianchissime sulle erbe alte nate in mezzo alle fessure del selciato; parlavano tra loro accertandosi che
la biancheria non volasse col vento. Nel pomeriggio, salivano dalle vie con le sedie di paglia per sedervisi in cerchio a fare la calza (e i pettegolezzi: ma la solitudine di oggi non esisteva).
Gli uomini, invece, si mettevano su piccoli sgabelli per lavorare: preparavano il materiale utile alla vigna: spaccavano, con metodo magistrale, i rovi in quattro parti per lungo, dopo averli
privati delle spine e delle fronde. Le pacche di rogo sarebbero servite, dopo un’immersione in acqua per renderle flessibili, a legare i tralci dell’uva dopo la potatura e durante la
crescita dei getti novelli sul filaro. Altri, lavoravano la cane foglia, vale a dire le foglia del canneto a fondo vigna, per farne duttilissimi legacci (oggi sostituiti dalla plastica).
Qua e là, in un giallo di tonalità solari, si asciugavano al sereno i chicchi di mais. E le galline bianche, dette livornesi per la razza splendida, ruspavano nelle buche ove mancavano i selci,
e si acquattavno per prendere il fresco dal terreno umido. Così gli asini, stando accanto ai padroni, tenevano frenati i cariòli pieni di rovi e altre cose di campagna, mentre pascevano
il fieno contenuto in una sacca appesa al lungo collo.
Era un mondo vario e policromo, una sinfonia corale di vita e di bellezza.
Gli uccelli uscivano rapidi delle folte chiome dei platani, per lanciarsi chissà dove e per tornare in quel piccolo lembo di cielo con in becco il cibo per la nidiata.
Era la vita completa nelle sue espressioni. I passanti si fermavano per attaccare discorso con i vignaioli impegnati nel tagliare le canne, nello strigliare il mulo. Se era mattina, vedevi una
teoria di boscaioli arrivare da Rocca di Papa, con le bestie cariche di fascetti di legna per i forni della piccola città, fermarsi a bere il vino alla prima osteria confinante con la piazza,
nel silenzio mai più ritrovato ( a causa dell’invasione della macchina ).
Una piazza oggi non svolge più le sue funzioni molteplici di crocevia e di coagulo d’una millenaria civiltà: quella contadina. Era la continuazione della casa e della strada, era luogo comune,
cioè di tutti. In autunno i bottai danzavano nel percuotere ritmicamente ora le botti ora i cerchioni di ferro: una musica sacrale, antica, presaga di svinature alacri e tonificanti,
quando nei tinelli ribolliva il mosto spandendo un odore agrodolce per il borgo.
Oggi la piazza San Paolo è un deserto di persone e di bambini, di animali e voci. Rulla solo il rombo dei motori in accensione e in ritorno al parcheggio selvaggio. L’essere umano ha ceduto il
primato all’automobile, mutando anche la propria mentalità. E, con le ferraglie asserragliate confusamente sempre più strette ai muri e agli alberi, il paesaggio si avvilisce, cambia in peggio,
stravolge le linee architettoniche, fa violenza al silenzio, annulla gli spazi, cancella il dialogo.
Non sono un laudator temporis acti, né un nostalgico. Sono conscio delle conquiste del progresso, specie in campo medico. Ma avremmo potuto avere l’una e l’altra ( cioè la comodità della
tecnologia e la vita a misura d’uomo), se non fossimo stati così stolti da sacrificare la Natura e noi stessi all’innaturale caos e alla demoniaca fretta, che fanno tutt’uno con il consumismo
esasperato, il quale cancella ideali, toglie dialoghi, annulla il silenzio della meditazione, riducendo l’uomo a uno strumento di profitto, poiché l’Uomo come fine si è in gran parte dissolto
negli idoli di fumo.
Piazza della Transalpina
Testo inedito di Edoardo Celeste – Liceo classico Torquato Tasso
Avevo sette anni quando mio padre mi disse che ormai ero un giovanotto e che quindi mi spettava un ruolo della massima importanza, sue testuali parole. Passavo dunque dalla condizione di
mocciosetto buono a nulla a quella di massima responsabilità di facchino. Nonostante avessi un fisico gracilino, la pelle troppo pallida e piena di lividi, una faccina magra con due occhi
sporgenti e quattro capelli in testa quasi bianchi, al sentire mio padre che pronunciava quelle parole, mi inorgoglii enormemente; e già mi immaginavo intento a descrivere sin nei minimi dettagli
quella mia nuova posizione di massima rilevanza attorniato da tutti i miei amichetti che mi guardavano inebetiti, tanto che non stetti più a sentire quel che mio padre mi diceva.
“Massimo! – esclamò – ma mi stai a sentire? Cosa stai aspettando? Vai!” e vedendo il mio sguardo interrogativo, aggiunse: “Le valigie!”, quindi allargò le braccia quasi pentito di avermi
dato questo compito e tornò chino sulle sue carte. Sul momento, tuttavia, non mi accorsi neanche dell’espressione di mio padre. Feci la faccia di uno che aveva capito tutto perfettamente e mi
diressi spedito verso le valigie di quegli eleganti signori che stavano attendendo nella hall.
Aperto nel 1907 da nonno Paolo detto “il risparmiatore”, il nostro era un albergo in stile liberty, un po’ sui generis, vista la virtù – come la definiva papà – del nonno, che si affacciava
direttamente davanti all’entrata principale della “Reale Stazione Transalpina”, eretta un anno prima dall’Arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo detto da nonno “buonanima”. Non che il nonno fosse
di così alto lignaggio da conoscere personalmente l’Arciduca, ma tra noi lo chiamava semplicemente “quella buon anima di Ferdinando”, visto che gli aveva dato la possibilità, costruendo la sua
stazione, di aprire quell’albergo che in soli dieci anni lo aveva reso uno degli uomini più ricchi di Gorizia. La ferrovia costruita per volere di Ferdinando, infatti, collegava Gorizia con Vienna,
o meglio i palazzi dei nobili viennesi con le loro ville estive. Ma voi, come tutti i Goriziani dell’epoca, vi starete chiedendo: perché creare dunque un albergo di fronte alla stazione i cui
frequentatori possiedono tutti una residenza in cui soggiornare? Ed è proprio qui che nonno Paolo colpì nel segno: aveva infatti prospettato che l’aristocrazia viennese avrebbe attratto a sé
centinaia di persone in quella periferica città dell’impero, oltre al resto della nobiltà che, invidiosa della ferrovia, avrebbe sperimentato la villeggiatura a Gorizia. Così mio nonno poté apporre
un’ elegante insegna, avvertendo coloro che entravano che quello era il Grand Hotel Transalpina, fondato trent’anni prima, consacrata residenza dell’elite viennese, nonché apportare qualche necessaria
modifica, sempre però all’insegna del suo soprannome.
Ora l’albergo era diretto da mio padre e il nonno sorvegliava tutto e tutti dall’alto del suo ritratto. Quel giorno, appunto, passando davanti al ritratto del nonno, notai nel suo sguardo un’espressione
diversa, come di disapprovazione e fu allora che riguardai nella mente il modo in cui mio padre poco prima mi aveva congedato. Rimanevo però deciso e determinato e, proponendo quasi una sfida al nonno
– dico quasi perché la sola idea mi incuteva un po’ di timore –, ripresi a camminare ancor più energicamente per portare a termine il mio compito. Il mio primo giorno di lavoro si concluse dunque con
un “bravo” dettomi di sfuggita da mio padre, che io però immortalai nella mia memoria come un momento esageratamente lungo e dominato da grande solennità. Sentivo già di essere utile, responsabile,
quasi un uomo, ma in parte era mia immaginazione: avevo sette anni e non dimostravo né fisicamente né mentalmente più di quanto avevo.
A dimostrazione di ciò stanno tutti i pomeriggi passati a giocare con gli amici: dopo aver finito di lavorare, ovvero quando mio padre mi credeva così stanco e malconcio da non poter più continuare,
e su questo io ci marciavo, andavo nella piazza antistante l’albergo a giocare con tutti i ragazzini che abitavano lì intorno. Della mia età saremmo stati una quindicina, più o meno metà maschi e metà
femmine, ma nonostante il nostro numero, venivamo spesso sopraffatti dalle cattiverie dei ragazzi più grandi. In particolare ricordo un gruppo di dodicenni, tutti slavi, che ci avevano preso proprio di
mira: mentre infatti gli altri gruppi di grandi si limitavano a cacciarci da un posto quando volevano starci loro da soli, questi ci stuzzicarono per quasi due mesi tanto che alla fine si scatenò una
vera e propria guerra. Propostomi generale poiché avevo una roccaforte sul campo di battaglia, l’albergo, coordinavo i miei amici nelle operazioni militari. Mio padre non vedeva questo gioco di buon
occhio, vista la situazione politica del tempo, e così mi proibì di usare l’albergo. Nonostante fossi stato privato della mia roccaforte, incurante delle spiegazioni di mio padre a proposito
dell’immoralità di quel gioco, un pomeriggio indissi un gran consiglio per pianificare la battaglia campale.
Nascosti in un vicoletto non frequentato, eravamo al completo all’ora prestabilita. Io feci un discorso che mi parve memorabile, forse solo perché indossavo il cappello rubato poco prima a mio padre,
ma ricordo, al termine di questo, le facce decise dei miei amici, solo per poco però. Infatti subito fummo invasi da quel forte timore che la sera prima non ci aveva fatto addormentare. Fu allora che
uno dei bambini più codardi, se così si può definire un ragazzino di sette anni, domandò: “Milena, ma perché tu non dici a tuo fratello di lasciarci stare, ché noi ci arrendiamo e non gli diamo più
fastidio?” Milena non rispose, calò il silenzio finché io non esclamai: “Ma stai scherzando? Arrendersi, mai. Mangino prima il mio cadavere!”- sì, dissi proprio “mangino”, perché così mi sembrava di
aver sentito da mio padre, ma tanto nessuno dei miei amici conosceva questo modo di dire.
Milena era la più carina di tutte le ragazzine, sempre ben vestita e pettinata ed io, il generale, avevo preso una cotta per lei. Dopo la gloriosa battaglia, gloriosa non solo perche avemmo la meglio
su i grandi – dovuta in realtà all’intervento di mio padre, stufo di sentire baccano davanti all’albergo – , ma anche perché ebbi l’occasione di mostrare tutto il mio coraggio davanti alla mia amata.
Milena infatti era stata fatta prigioniera dal fratello stesso, nonostante le avessi lasciato di guardia ben due uomini. Allora nel ragazzino gracilino che ero si infuse il coraggio d’un indomito
cavaliere, tanto che mi avventai su quel ragazzone del fratello e gli assestai un calcio su una gamba, che fece sì mollargli la presa e permettere a Milena di scappare, ma mi procurò anche un bel
cazzotto su una spalla e, cosa ancor più grave, causò la perdita del cappello di mio padre. Io, infatti, scaraventato a terra dalla violenza di quello, persi il cappello e questi non esitò a calpestarlo
e a sputarci sopra dopo aver detto non so che in slavo.
Mio padre non mandò giù facilmente la cosa: non solo avevo importunato la quiete dell’albergo con “schiamazzi infantili”, ma avevo anche distrutto la sua bombetta dopo averla rubata. Mi mise in punizione
per un mese, nel quale io sfacchinai senza sosta per l’albergo con l’obbligo di non incontrare nessuno. Nonostante avessi dovuto sognarmi bagagli anche di notte, a letto pensavo sempre a Milena. Migliaia
di domande mi assillavano: mi avrebbe ringraziato, l’avrei rivista, si sarebbe ricordata di me, avrei avuto l’ardire di dichiararmi? Naturalmente non dissi mai a mio padre il motivo per il quale la sua
bombetta era andata distrutta, sebbene egli me l’avesse chiesto più volte, come avesse un qualche sospetto. Una sera, stanco e indolenzito per l’infinito saliscendi della giornata, mi abbandonai sul
davanzale della finestra della mia camera da letto. Guardavo la piazza, sgomberandola con l’immaginazione di tutte quelle persone che la stavano attraversando e ambientandovi i miei trascorsi ormai
miticizzati; osservavo la stazione, i palazzi circostanti, le lampade che incominciavano ora ad accendersi nelle finestre; sognavo che Milena venisse sotto la mia finestra e mi salutasse, quando ecco che
la vidi. Nel palazzo accanto alla stazione, al terzo piano, Milena si stava affacciando ad una finestrella; gridai il suo nome, ma ella non mi sentì e dopo cinque minuti quella finestrella si spense.
Era da una settimana che ogni sera mi appostavo alla finestra per vederla e Milena, quasi ne fosse a conoscenza, si rendeva sempre visibile attraverso quella finestrella, ma nonostante le mie urla,
perseverava nel suo gioco inconsapevole non guardandomi mai. Fu proprio a causa di uno di quegli strilli che un giorno mio padre entrò in camera mia: io, spaventato dalla sua comparsa repentina, stavo per
cadere dalla finestra, quindi chiesi subito scusa, certo della ramanzina che mi sarebbe toccata. Invece egli subito sorrise: aveva capito tutta la storia del cappello. Io me ne accorsi, ma non osai
farglielo capire. Egli mi disse: “Premettendo che non voglio sentire neanche due parole a proposito di quella bombetta, ammetto che non è proprio della tua età un tale sentimento verso un’altra persona.
Ti confesso che la signorina in questione è molto carina – io non resistei e sorrisi – ma nulla toglie a quello che ne è comportato”. Proprio quel rapido sorriso, sfumato dalle successive parole di mio
padre, preannunciò un periodo che sarebbe stato per me oltremodo felice. Il giorno seguente, infatti, terminava la mia punizione e, appena smisi di lavorare, mi catapultai fuori dall’albergo correndo
incontro ai miei amici. Essi mi accolsero con gioia e disordinatamente incominciarono a raccontare i recenti avvenimenti: nonostante ascoltassi attentamente, feci lo sguardo di uno che sapeva già tutto,
ma d’un tratto mi accorsi che Milena mi stava fissando, io la guardai negli occhi e di colpo mi estraniai da ciò che mi circondava.
Passarono gli anni spensierati della mia fanciullezza per entrare con prepotenza in quelli turbolenti dell’adolescenza, così come parallelamente anche gli eventi politici subirono una trasformazione:
dalla fine degli anni 30, nella mia realtà trascorsi tranquillamente, agli inizi degli anni 40 con i primi presagi di dolorosi e tragici stravolgimenti. Tuttavia io avevo lo stesso chiodo fisso di
qualche anno prima, Milena, ma, grazie alla caparbietà e all’esperienza conferitemi dalla mia maggiore età, seppi impuntarmi sulla questione, risolvendomi di dichiararmi apertamente a lei a breve.
Ed era qui che mi auto-ingannavo: infatti, pur apparendo più risoluto sulla questione, continuavo a procrastinare; ma cosa stavo aspettando? A breve, a breve ed ella si sarebbe sposata. Così dopo una
settimana di discorsi, colloqui segreti, ambascerie e spiate varie, ottenni il mio agognato appuntamento – si noti la mia mente bacata – proprio nello stesso posto in cui quel celebre dì l’avevo
sottratta dalle grinfie del fratello. Pensai anche di indossare uno dei cappelli di mio padre, ma, memore della mio buon rapporto con questo accessorio e non avendo più quella sfrontata audacia
fanciullesca che mi avrebbe permesso di portare una bombetta così fuori moda, mi convinsi che non sarebbe stato quel semplice dettaglio ad influire sull’esito di quell’incontro.
Erano le quattro del pomeriggio ed io, in anticipo di addirittura un’ora, stavo ad aspettare tutto in ghingheri nella hall dell’albergo lo scoccare delle cinque. Presi a misurare con grosse falcate
tutto il pian terreno dell’edificio, finché, tutto sudato e con i vestiti in disordine, mi imposi di calmarmi. Mi sedetti accanto a una grande vetrata che dava sulla piazza. Riordinai nella mente
tutto il discorso che mi ero preparato per far colpo su Milena, apportando correzioni qua e là, verificai che fosse abbastanza lungo, quindi mi alzai, mi guardai allo specchio, mi risistemai, ma alla
fine, stanco di tutti questi preparativi, mi misi a guardare la piazza. Il solo vederla mi tranquillizzò: ormai non vi era angolo che non conoscessi, ma, nonostante ciò, quando alle cinque meno dieci
mi diressi al luogo dell’appuntamento, mi parve all’improvviso estranea. Questa sensazione rese spiacevole i primi minuti della mia orazione a Milena, cosicché sul momento non mi sembrò più di un
breve discorsetto. Inoltre, i miei occhi erano involontariamente dirottati dai suoi sguardi e finii così a rivolgere la mia dichiarazione al palazzo che mi si ergeva di fronte. Fortunatamente però,
d’un tratto, un familiare calore mi avvolse: cominciai a riconoscere quella piazza ed essa, come una madre, mi confortò. Mi feci coraggioso, se non a volte spavaldo e riuscii nell’impresa tanto
desiderata. In quegli anni io ero abbastanza cambiato: il fragile e gracile ragazzino aveva ceduto il posto a un più robusto ragazzo, oserei dire, quasi belloccio; Milena, invece, sotto i mutati
vestiti, aveva mantenuto intatta la sua bellezza. Dunque dove tutto era cominciato, tutto ricominciò; ma stavolta non sto sbagliando modo di dire: infatti da quel giorno iniziò lentamente a crescere
quel seme d’amore che aveva incominciato a schiudersi nella mia fanciullezza e che sarebbe fiorito, giungendo all’apice della sua bellezza, solo pochi anni dopo.
L’anno in cui terminai il liceo, sebbene provata dalle vicende esterne, la mia vita scorreva spedita e si avviava con decisione verso il mondo dell’età adulta, quando speri che i sogni che hai sempre
fatto si avverino, ma ti accorgi che grandi responsabilità possono portare anche a grandi dispiaceri ed incominci a rimpiangere la spensierata adolescenza. Il mio cuore, tuttavia, batteva ancora da
ragazzino ed io, deciso a mantenerlo in questo stato, rimanevo legato alle vecchie abitudini. Ogni sera, infatti, mi affacciavo dalla mia camera e guardavo quel terzo piano del palazzo di fronte con
la sua finestrella illuminata. La finestrella mi sembrava allora simile al mio cuore: rimasti entrambi piccoli, risplendevano della luce di Milena. Fu proprio questa luce a permettere alla nostra
pianta di crescere vigorosa e di resistere alle intemperie che si sarebbero in seguito accanite su di essa. Entrambi eravamo coscienti che il mondo attorno a noi stava degenerando e al contempo che
il nostro amore, fiorito in quella piazza, non avrebbe mai cessato di crescere, protetto dalla nostra volontà, determinazione e voglia di vivere. Per questo, pur essendo angosciati dalla realtà che
ci avvinghiava inesorabilmente, vivevamo attimi di amore in cui la nostra giovane pianta si slegava prepotentemente dalle inquietudini della vita. Mai avremmo creduto che si potesse andare ancora
oltre, tanto che la nostra pianta non avrebbe resistito. Ma l’estrema malignità umana, in quel periodo, portò ben al di là di ciò che potevamo pensare: infatti proprio quando ci sembrava ormai tutto
terminato, la mano di un malvagio giardiniere recise la nostra pianta. Nel 1947, dopo esserci illusi che la divisione di Gorizia tra Italia e Jugoslavia rimanesse soltanto sulla cartina, resi sicuri
da una prima linea di confine tracciata con il gesso a metà di piazza della Transalpina, fu eretto un muretto per un terzo di calcestruzzo e per due terzi di inferriata. Era surreale vedere una parte
della città divisa dall’altra, una parte della piazza dall’altra, la stazione dal suo albergo, io da Milena. L’ostacolo però non fu dapprincipio invalicabile: alto più o meno due metri, era facilmente
scavalcabile, tuttavia non fu la sua entità fisica, bensì quella ideologica a renderlo insuperabile. Divenne infatti, negli anni successivi, il luogo in cui l’Occidente e il blocco dei paesi comunisti
si guardavano negli occhi.
Mio padre morì qualche anno dopo la costruzione del muro, venendo meno ad un ragazzo appena venticinquenne una guida fondamentale in un momento così drammatico. La sera dopo il funerale scavalcai il
muro per incontrarmi con Milena. Pianificammo tutto: come scappare, dove andare, quando sposarci, cosa fare in futuro. La notte successiva avevamo appuntamento per attuare i nostri piani nella parte
italiana della piazza: dopo mezz’ora di ritardo corse verso il muro Milena in lacrime. “Non posso. – sussurrò quando riuscì a parlare – “Ci ho pensato a lungo. Che ne sarà della mia famiglia se scappo?
Cosa accadrà loro se le autorità comuniste sapranno che sono scappata con un italiano? Con un italiano capitalista per giunta, proprietario di un albergo! No, non capisci! E’ giusto che tu non capisca.
Sono io ad essere divisa, anzi lacerata, tra il mio mondo e te.” Continuò così tra lacrime e parole, ma io non la ascoltavo più. Piangevo e maledicevo la sorte che aveva permesso ciò che avevo purtroppo
immaginato, ma sempre sperato che non accadesse. Un ultima volta, quella notte, le mie labbra toccarono le sue, salate di lacrima. Nel 1991, a seguito dell’implosione della Jugoslavia, quel muro di
appena due metri si ridusse a mero confine tra Slovenia ed Italia e la stella, simbolo del comunismo, apposta da Tito sulla stazione, fu trasformata in stella cometa e poi rimossa. Nel 2004 la Slovenia
entrò a far parte dell’Unione Europea e il muro che divideva Piazza della Transalpina venne smantellato e sostituito da una linea di sampietrini. Nel 2007 la Slovenia firmò il Trattato di Schengen con
l’Italia che sancì l’eliminazione totale del confine. Ah, dimenticavo: nel 1992, pur avendo all’incirca sessant’anni.
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